Intervista a….
di Boris Ambrosone
Una voce fuori dal coro, quella dell’ex sindaco di Avellino Angelo Romano. “Non siamo stati bravi a proporci come classe dirigente alternativa ai big – afferma – forse non fummo nemmeno fortunati” E sul Piano regolatore generale di Augusto Cagnardi accusa: “Non mi convince”.
Cosa fa ora l’ex sindaco di Avellino, Angelo Romano?
Faccio il pensionato, mi trovi in campagna, mi diletto e mi diverto. Non faccio altro.
Eppure, dopo l’ultima esperienza amministrativa il suo nome è stato fatto nella prospettiva di incarichi alla presidenza degli enti di servizio irpini, per esempio all’Asa, allo Iacp, era vero?
Si, si è fatto il nome da parte di qualche dirigente provinciale del partito immaginando che potessi mettere a disposizione la mia esperienza poi non se n’è fatto più nulla.
Da Forza Italia lei si è riavvicinato alla Margherita, perché ?
Io non ho abbandonato Forza Italia in cerca di prebende o di cariche. Devo precisare che mi dimisi da consigliere comunale perché non mi trovavo più in quella realtà, perché anziché affrontare i problemi, il clima era fatto di ingiurie personali fra gruppi, nei gruppi ed io preferì lasciare. Approdai in Forza Italia per tentare di dare un contributo, perché non mi rassegnavo all’essere destinato alla morte civile dal punto di vista politico. Ma non ho lasciato Forza Italia in cerca di incarichi, non l’ho mai fatto e neppure in questo frangente. Si fa il nome, il più delle volte a sproposito, ma secondo me è più un fatto giornalistico che reale. Mi interesse poco, francamente. Mi fa piacere interessarmi delle cose della città, perché chi ha avuto un’esperienza alla guida amministrativa vorrebbe vedere migliorare sempre più le condizioni della propria comunità.
E come giudica l’amministrazione del sindaco Giuseppe Galasso?
Credo che questa prima fase della vita amministrativa sia stata dedicata a fare il punto della situazione. E’ ora di iniziare a decidere, di affrontare e sciogliere nodi, perché la città abbia una prospettiva. Il sindaco Galasso è persona per bene, professionista disponibile, che sa avere rapporti con la gente e quindi è il medico della città, il medico per antonomasia, che sa curare i rapporti oltre che la malattia, lui ha esperienza di consigliere comunale e credo che possa fare bene nell’interesse della città. Inoltre è un avellinese puro, ha ambizioni giuste, calibrate al suo stile e al suo modo di essere.
Come è cambiato il modo di essere consigliere e sindaco di Avellino, dai suoi tempi ad oggi?
C’è una diversità profonda tra consigliere comunale e sindaco. Essere consigliere consente di spaziare in tutta la vita amministrativa, come conoscenza, dal punto di vista della segnalazione, ma per come è ridotto il suo ruolo adesso non può incidere se non in maniera dialettica, ma oltre questo i consigli elettivi non hanno attribuzioni rispetto agli esecutivi e per questo ritengo che la legge vada rivista perché sennò c’è una dequalificazione e uno svuotamento delle funzioni delle assemblee elettive.
Essere sindaco all’epoca mia, significava ascoltare e seguire l’indirizzo dei partito, ma quello che creava problemi era il rapporto ed il condizionamento che si aveva da parte dei gruppi consiliari, dei consiglieri. C’era maggiore peso, preponderanza delle forze politiche presenti in aula.
Il sindaco ora ha dei poteri enormi, che se utilizzati in pieno gli consentono di guidare con forza l’azione amministrativa, risolvere i problemi in maniera più diretta.
Nella mia esperienza non ho però risentito dell’atteggiamento di condizionamento dei gruppi consiliari.
Ritiene conclusa la stagione dei sindaci?
Credo che la stagione sindaci sia finita perché interpretata male. Di Nunno la interpretata ancora peggio. Il litigio ha giovato negativamente alla città, al di là dei personaggi che sono stati protagonisti. E stato un protagonismo fuori posto non finalizzato alla risoluzione dei problemi della città. Per certi versi sono stati dieci anni sprecati. Oggi la città vive uno stato di difficoltà ed in questi anni bisogna tirarla fuori dalle secche, i prossimi 5 anni saranno determinanti per il riequilibrio di quanto realizzato nel post terremoto. C’è bisogno di una spinta in avanti su più aspetti, sull’arredo urbano, sulla vivibilità in città, sulla raccolta dei rifiuti per la quale siamo all’anno zero, prima eravamo protagonisti rispetto alle altre province campane, ora facciamo segnare il passo. Oggi accusiamo battute in negativo.
Eppure lei, dai banchi dell’opposizione, ha difeso il sindaco Antonio Di Nunno dagli attacchi della sua stessa maggioranza, non è vero?
Io ho difeso Di Nunno dal punto di vista della vita amministrativa, in quanto sindaco della città, non perché condividessi l’azione. Anche io sono stato non gratificato dal punto di vista dell’impegno profuso per il passato, però non ho mai reagito nei confronti di una classe dirigente che nel bene e nel male è stata protagonista della vita amministrativa cittadina e provinciale. Non condividevo questo atteggiamento di Di Nunno. Lo difendevo più dal punto di vista umano, dal punto di vista della caratterizzazione della vita amministrativa che rispetto all’aspetto politico.
Si va verso l’approvazione del Piano Regolatore Generale di Avellino che lei ha visto nascere, cosa ne pensa?
Non mi convinceva ieri, non mi convince oggi. Rispetto alla prima bozza non mi sembra ci siano stati grosse modifiche, se non la riduzione delle torri lungo l’autostrada. Non mi convince la caratterizzazione tramite le torri. Io definii Augusto Cagnardi un incantatore, perché lui ha la dialettica forbita, accorta, varia, esercita un’ottima fantasia e presa sugli ascoltatori, ma la concretezza del prg è altra. Le famose strade parco, sono state ridimensionate, ma non mi convincono.
La perequazione, non so se la nostra cultura sia tale oggi per decretare successo alla perequazione, Augusto Cagnardi non risolve la viabilità, il problema dell’autostazione, della variante, della città ospedaliera. Punti ai quali non da risposta. E poi Avellino al di là dell’aspetto edilizio avrebbe dovuto risolvere i problemi con i paesi della corona. Questa maggioranza ha avuto timore di polemiche rispetto alla prima bozza, bisognava guardare di più alla riqualificazione, al futuro della città senza paura.
Il senatore Nicola Mancino è tornato tra i banchi del consiglio, dopo l’esperienza da presidente del Senato, una retrocessione sul piano politico o la necessità dettata di condurre una battaglia contro Antonio Di Nunno e Libera Città?
Ne l’uno nell’altra, Mancino ha voluto dare, con la sua presenza in consiglio, ulteriore dimostrazione dell’affetto e del legame che egli porta per questa città. Il ritorno sta a significare un ulteriore contributo in prima persona in un momento delicato vita politica ed amministrativa.
Si va verso le elezioni politiche del 2006, chi vincerà?
E’ presto per fare previsioni. Secondo sondaggi, faccio riferimento al Corriere della Sera, l’Unione è in vantaggio, tuttavia ci sono problemi all’interno dei due poli. La politica vive un momento di confusione, litigio continuo e costante senza ritrovarsi su temi grossi e problemi. Il litigio prevale come aspetto più deteriore, pure al centro, non solo in periferia. Come personale politico lasciamo a desiderare rispetto al passato, a quei personaggi che in parte cancellò tangentopoli. La Dc commise un solo errore, doveva cacciare i ladri e i mascalzoni, chiedere scusa al popolo italiano e poi rivivere come Dc, che ha dato tanto al paese. La margherita oggi, per esempio, si aggrega a Rutelli che proviene da un’esperienza diversa da quella dei cattolici democratici. Io, pur essendo stato ospitato in un’altra forza politica, non ho mai rinnegato l’appartenenza alla Dc, credo ancora ai quei valori.
Ma quella Dc non ha fatto crescere in Irpinia nuova classe dirigente, anche lei per certi aspetti ne ha fatto le spese, non crede?
Doveva essere d’insegnamento a tutti noi, ma non abbiamo saputo cogliere il significato dell’azione che fecero Mancino, De Mita, i cosiddetti Magnifici Sette. Noi ci siamo cullati sulla leadership che era notevole dal punto di vista della qualità. Abbiamo avuto la fortuna di crescere con il riferimento di una classe dirigente di grosso spessore politico culturale, ma non siamo stati non capaci e attenti, non abbiamo saputo aspettare il momenti per poterci affermare. Scarsa fortuna? Non so giudicate voi. La classe dirigente era tanta e tale che ha offuscato tutto, ma non l’hanno fatto per scelta, perché quando ci sono le qualità ci si impone comunque. Fu, per buona parte, colpa nostra per mancanza di autonomia, coraggio, azione.
Si può considerare concluso il terremoto dell’80?
Il terremoto è finito da un pezzo, si tratta di utilizzare ancora poche risorse. La città ha completato del tutto la ricostruzione se si esclude qualche buco nero in via Tedesco da addebitare all’inerzia dei proprietari.
Anche la ricostruzione industriale in Irpinia?
In Irpinia ci sono industrie che vanno bene ed altre che seguono le sorti del resto dell’industria del Sud e quindi la crisi ma quando aziende sono solide vanno avanti. Qualche avventuriero ha trascinato se stesso e l’azienda nel baratro, ma questo è fisiologico.
In che direzione va, o deve andare Avellino?
Avellino deve andare verso nuove prospettive, verso il futuro, dobbiamo migliorare servizi, viabilità ma anche cambiare mentalità, essere meno egoisti più disponibili, dobbiamo avere rispetto per gli altri. Per esempio, limitiamo l’uso dell’auto, non facciamo i menefreghisti. E’ una comunità che deve amalgamarsi, essere più unita. Non basta la notte bianca per dire che abbiamo creato una comunità, che si crea con azioni amministrative, servizi e una serie di incentivi che facciano in modo di “ritrovarsi” insieme. C’è una disgregazione post-terremoto che non riusciamo a colmare. Occorre ricostruire un nuovo tessuto civile, recuperare un’immagine di città pulita, accogliente, ospitale.