Angelo Giusto

Intervista a....

di Boris Ambrosone

Lei è consigliere della Regione Campania da ben tre legislature, non ritiene che la Regione sia un ente ancora molto lontano dal sentire dei cittadini ed in particolare dagli Irpini?

Quando parliamo di regione parliamo di un ente relativamente giovane perché rispetto alla tradizione secolare dei comuni o all’istituzione delle province, che sono più che centenarie, abbiamo avuto l’istituzione delle regioni solo negli anni 70. Un’istituzione che ha appena 35 anni non può essere nel sentimento del cittadino come quelle legate ad antiche tradizioni. Poi abbiamo avuto una crisi del regionalismo che non si è fatta amare dai cittadini che non ha caratterizzato le funzioni del decentramento amministrativo che si sono avviate con i governi del centrosinistra con le leggi Bassanini, che tentavano di avvicinare l’amministratore all’amministrato, l’istituzione al bene collettivo.

La crisi delle regioni del Mezzogiorno ha influito su questo aspetto?

Dentro questa vicenda la crisi delle regioni del Mezzogiorno più di tutte le altre. Perché qui abbiamo avuto il rischio di sostituire il centralismo statalista con un centralismo regionalista che è peggiore del precedente, per cui c’ questa miscela di fenomeni, che a mio giudizio, ha costruito queste macroaree che sono le regioni e che non sono ancora del tutto riconosciute nella filiera delle istituzioni, dal consiglio comunale alle comunità montane, alla provincia. Questo diventa un errore gravissimo dopo la riforma del titolo V, perché come si spoglia lo stato di funzioni istituzionali delegando tutte queste materie alle regioni, così le regioni nel rapporto con il loro territorio dovrebbero costruire una sinergia con gli enti locali. Credo che la cartina più leggibile della crisi del modello regione sia il fatto che nella passata legislatura non siamo riusciti ad approvare lo statuto. Qui adesso è il nodo e qui bisogna che si misuri il centro sinistra, ma anche il Polo, perché o riusciamo a far vivere questa dimensione o altrimenti sia la riforma federalista, sia la devolution possono creare maggiore disagio di quelli che già oggi ha creato lo stato centrale.

Si dice da anni che l’Irpinia ha un ruolo strategico nella regione Campania, per risorse, per posizione, per centralità, ma questo non si traduce in un vantaggio e spesso la provincia di Avellino viene dimenticata. La Regione, come ente, rimane vicina a Napoli, per ruolo e posizione, perché ?

E’ così. C’è una strana politica, la politica degli annunci che trova spesso soggetti distanti tra di loro usare lo stesso linguaggio. E’ un po’ come la questione meridionale, tutti l’acclamano, tutti l’annunciano e poi tutti praticano una politica lontana dal nodo per risolvere questo cancro, e così capita per l’Irpinia. E’ dagli anni della Cassa per il Mezzogiorno che si racconta della centralità di questo territorio ma gli anni sono passati, si è costruita qualche opera, ma il territorio irpino ha ottenuto qualche mancia, ed è rimasto tagliato fuori dal circuito. E’ stato così anche con il terremoto. Non sono mancati elementi di attenzione, ma dove la classe dirigente ha pensato a elementi di quantità e non di qualità ha alimentato il circuito della spesa pubblica e non ha saputo cogliere l’evento rovinoso per far risorgere un territorio. Capita anche oggi così con la programmazione dei fondi europei.

Lei ha coniato un termine per definire questa vicinanza eccessiva tra l’ente Regione e Napoli, a cosa si riferiva?

Io ho coniato nell’epoca della Regione del presidente Rastrelli, l’espressione, oggi un poco da tutti usata, del cosiddetto “Napolicentrismo”.

Cosa è il Napolicentrismo?

Che succede in questa regione da più di sei milioni di persone? Che nel raggio di 30 km da Napoli a Nola si concentrano il 75% di queste, la cosiddetta area metropolitana di Napoli. Ogni azione di governo discussa in giunta regionale è concentrata per il 90% in questa area, per cui si privilegia ciò che l’unione europea chiama “corridoio 1” l’asse verticale su Napoli-Caserta, che diventa la parte assorbente dell’azione di governo, lasciando il “corridoio 8” e cioè la traversale orizzontale est-ovest, quello slogan che molti ripetono: “Unire i due mari, la centralità della terra di mezzo” ma che di fatto viene abbandonata. Io ritengo questo un errore strategico, perché Napoli e l’area metropolitana di Napoli, implodono se non hanno un territorio dove poter rilanciare l’attività produttiva .Se vogliamo costruire futuro di questa grande regione è ovvio che dobbiamo andare nel le province cha hanno a disposizione persone, territori urbanizzati, infrastrutture percorribili e di livello. Senza rilancio dell’industria non ci può essere ripresa in questa regione. Possiamo inventare il migliore turismo del mondo ma l’idea che possiamo risorgere con la pizza e con la mozzarella di bufala e proprio una “bufala”. Se non c’è la grande ossatura di lavoro, di PIL nel settore di produzione di merci, io penso che noi non usciamo dalla crisi.

Può, l’Irpinia, interpretare questo nuovo ruolo di centralità?

Se si vuol fare sul serio, l’Irpinia può diventare la terra di mezzo che unisce i due mari, ma allora lo sviluppo non si può concentrare solo sui tre interporti che stanno solo ad ovest, cioè Nola Marcianise e Battipaglia. Bisogna aprire proprio in Irpinia il quarto interporto per valutare il collegamento con i Balcani nella portualità Bari-Taranto ed avere un ragionamento che oltre all’asse nord-sud guarda verso est-ovest e mettere questi milioni di metri quadri urbanizzati fra le aree industriali, le aree industriali del terremoto, i piani di insediamento produttivo, i distretti industriali, a servizio di un nuovo rilancio non solo per la Campania ma anche per le altre regioni limitrofi.

In che modo la provincia di Avellino può rilanciare la vocazione industriale e la funzione geografica strategica?

Se la scelta vera dell’Irpinia è quella di farne una cerniera, un nodo, il cuore del Mezzogiorno, noi possiamo fare di questa terra la finestra dello sviluppo sul bacino del Mediterraneo e non essere più quel sud questuante che chiede solo soldi, ma diventare Nord di un nuovo percorso

Se questo è vero significa che la Regione deve fare le cose che fino ad oggi non ha fatto. Io ho contestato negli incontri che fa la presidente della provincia di Avellino, Alberta De Simone, con l’assessore regionale ai trasporti, Cascetta, che sul piano dei trasporti in questa terra pensa di farci camminare ancora su gomma. Al di là delle possibilità date dalla metro leggera, dal tram su gomma, resta un nodo: questo è l’unico capoluogo di provincia della Campania che non avrà il collegamento con l’alta velocità ferroviaria. E che non ha ferrovia industriale. Se qui vogliamo rilanciare lo sviluppo dell’intera regione, chiedo le merci come camminano, dove camminano?

E sorgono immediatamente due obblighi per regione. Primo di avere possibilità di andare verso nord, di collegare questa terra all’alta velocità perché è disumano ed insopportabile che cittadini dell’Irpinia, per potere arrivare a Napoli, meno di 40 km, impiegano tre ore. Non mi convince andare verso l’asse Fisciano-Battipaglia, perché impiegheremo più di un ora, ed i tempi della conoscenza, delle informazioni sono pezzi strategici per un autonomia di un territorio, noi dobbiamo avere il collegamento verso Baiano, la Vesuviana, senza avare grandi preoccupazioni dei costi, se serve, quello che costa, si realizza. Fanno il ponte di Messina, perché non si può fare l’accesso verso il napoletano dall’Irpinia. Chi vuole deragliare verso questo obbligo e portarci verso la valle dell’Irno e Salerno, non vuole fare la trasversalità dei due mari e non vuol bene a questa terra.

L’altro aspetto cui faceva riferimento per ripensare la centralità dell’Irpinia?

Se noi facciamo la maggiore produzione industriale della regione, e se qui c’è il quadrilatero Fiat più importante del Sud Italia, e cioè Pomigliano, Pratola Serra, Grottaminarda e Melfi, tutte queste aree Asi e del terremoto, sono attraversate dalla vecchia ferrovia di De Sanctis, la cosiddetta “Ferrovia del vino”, il trenino degli Irpini, si pone un problema per la classe dirigente che qui governa da mezzo secolo, il doppio del regime di Ciausescu in Romania.

Quale è questo problema da porre alla classe dirigente politica irpina?

Può, l’Irpinia, reggere la sfida per arrivare sul mercato globale con questo sistema di trasporto? Possiamo dire che questa ferrovia, che oggi è un po’ una macchietta, può essere usata per una scampagnata, diventi la ferrovia su cui le merci camminano, si tratta di fare un investimento di una cinquantina di vecchi miliardi. E potremmo avere il trasporto di 800 miliardi di merci l’anno per le aree industriali nell’area di San Mango. Che oggi sono affidate tutto al traffico su gomma, spesso in mani non democratiche, che dissestano tutti gli assi viari della nostra provincia e che creano problemi.

Ritiene sia finita la ricostruzione post-terremoto?

Questo è un paese dove ad ogni terremoto si è corrisposto con una legislazione mai conclusa. Sono ancora aperti il terremoto del ‘30 di Aquilonia, solo in questo secolo ci sono stati in Irpinia tre terremoti, nel 62 ad ariano e nell’80. Il terremoto dell’80 non si chiuderà mai per decreto.

La ricostruzione delle case è quasi ad un punto ultimativo. C’è qualche episodio. Secondo qualcuno mancano 5 mila miliardi che non avremo mai.

E la ricostruzione del tessuto industriale in provincia di Avellino?

La valutazione sul processo industriale è più delicata. L’ambizione, allora, di industrializzare la montagna fu una scelta alta, si voleva lenire la piaga dell’emigrazione, si voleva risarcire un territorio abbandonato dal mondo e dalla natura. Nel disegno siamo stati tutti d’accordo, ma traduzione concerta è stata un disastro. A fronte di tanti annunci abbiamo visto imprenditori di rapina, calati dal Nord, che hanno abbandonato le imprese madri, hanno portato ferraglia vecchia già morta prima ancora di aprire, hanno ristrutturato loro aziende ed hanno lasciato un processo industriale che è come il libro della Fallaci, un bambino mai nato. A fronte investimento corposo collaterale, servizi, infrastrutture, aree che dovevano produrre 5 mila posti di lavoro, vi lavorano solo 3 mila persone. Il 50% dell’indotto è chiuso, è fallito e con 1500 persone che lavorano solo in quattro fabbriche, tra spese sostenute e risultati, mi sembra che non ci siamo, perché non c’è stato disegno che ha accompagnato questo percorso, si è tentato di rispondere al dramma dei quattromila morti, di fare subito, di muovere danaro, ma è stata una debolezza, anche del movimento sindacale, che ha subìto di tutto e di più. Vi erano indotti preesistenti, non era complicato completare queste zone. Si è scelta la strada della ricostruzione senza qualità ed oggi ne paghiamo lo scotto.

Assi viari costati 500 volte in più rispetto al progetto, imprenditori che hanno preso l’acconto e sono scomparsi. Lacedonia, il Calaggio, San Mango, sono costellate di cattedrali vuote ed il sogno di portare lavoro è infranto. Oggi la classe dirigente ha il dovere di dare una risposta: considera questa aree già morte o oggi si può ripartire da queste aree ed avere nuova opportunità?

Quale è il maggiore difetto dell’imprenditoria irpina?

Noi abbiamo avuto per troppi anni, un’imprenditoria assistita che non investiva nulla, sorretta dallo Stato e che se andava in difficoltà usava la cassa integrazione. Ora questa idea è morta: O cresce anche l’imprenditore insieme all’istituzione ed alla classe dirigente, o cresce il senso di fare impresa con investimenti e rischi o non si va da nessuna parte. Si fa impresa se si fa ricerca, marketing, se si internazionalizza l’impresa, se si costruisce un consorzio, perché piccolo è bello ma spesso significa non essere competitivi.

E’ l’esempio del distretto solofrano?

Si. Solofra è un distretto funzionale da almeno 5 secoli, ma negli ultimi dieci anni, ogni tre-sei mesi i conciatori vanno in crisi per la competitività della Cina, del Medio Oriente e della Turchia.

Come si interviene per risollevare le sorti dell’impianto industriale di Solofra?

E’ giunto il tempo di avare un centro di eccellenza e di ricerca per la concia, che mette il comparto nelle condizioni di prendere i know how mondiali, di fare una concia che non crea più problemi alla Solofrana ed al Sarno che sono i fiumi più inquinati del mondo, senza, cioè, determinare problemi alla salute e cioè trovando la forma di sviluppo compatibile con l’ambiente e che regge la sfida di qualità.

Anche investendo di questa responsabilità il sistema bancario e del credito irpino?

Io accompagnerei le aziende in un percorso, più che farle vivere con l’assistenza e lo si fa promuovendo il sistema, il modello di sviluppo, anche grazie ad una fruizione di un nuovo rapporto con le banche. Come i fa a reggere la sfida con la banca che per dare cento pretende una garanzia centodieci, un sorta di usura legalizzata? Negli Usa c’è un modello in cui la banca ascolta l’imprenditore e partecipa. Qui se imprenditore ha successo, gode di un rapporto positivo con gli istituti di credito, ma la banca non investe nulla, investe solo per fare soldi.

C’è un problema di relazioni anche con la Camera di Commercio di Avellino però, non crede?

La Camera di Commercio è desueta. O la costruiamo come in Francia, dove rappresenta un ente che accompagna gli imprenditori, dove un giovane può avviare un avventura o è tutto inutile.

Come è strutturata la Camera di Commercio in Francia?

La Camera di Commercio francese cura ogni aspetto di un settore. Prendiamo il settore vitivinicolo. Dalla produzione delle uve, alle industrie, all’enogastronomia. Noi in Irpinia, non riusciamo ad avere nemmeno una cartellonistica del vino. Non c’è alcuno sforzo per consorziare i produttori ed avere nella Camera di Commercio un dove un ragazzo può diventare imprenditore.

Lei è presidente della commissione regionale alla sanità da due legislature, quale è il suo giudizio sulla sanità irpina?

Complessivamente questa regione garantisce quotidianamente un livello discreto di salute. C’è un rapporto tra area metropolitana, dove c’è un indice di posti letto e di eccellenza alto, un po' sbilanciato. In Irpinia comunque, la sanità offre livelli accettabili ed una dignitosissima assistenza, abbiamo un privato di eccellenza ed un pubblico che si misura con questo. Penso al gruppo Malzoni, a cioè che fa nella cardiochirurgia e nell’ostetricia, ma penso anche all’ospedale San Giuseppe Moscati. Nel pubblico abbiamo retto questa sfida con un investimento di 500 miliardi ed il privato valuta di fare investimenti analoghi. Il circuito dell’emergenza è garantito dall’ospedale di Ariano con tutte le specialistiche. Tutta l’alta Irpinia trova negli ospedali di Bisaccia e Sant’Angelo dei Lombardi, due mezze mele che dovrebbero integrarsi, non è stato così per lunghi anni, ma dovremmo differenziare le funzioni dei due ospedali. Sull’altro versante, quello di Solofra è un ospedale importante per la valle dell’Ino, investito di una funzione importante e delicata, dove verrà collegata l’unità spinale, la prima in Italia Meridionale. In qualche modo ritengo che nonostante le difficoltà del passato questa terra può essere un modello sanitario da esportare sul piano regionale.

Quali sono le emergenze più attuali da fronteggiare in Irpinia.

Ritengo che ci siano più emergenze. Se fiumi non hanno più acqua è un problema, se le montagne sono assaltate dobbiamo preoccuparci. L’emergenza centrale per noi, per l’Unione, per il governo nazionale è, comunque, questo nuovo riemergere della questione meridionale Ciò che a Parigi è esploso come problema delle periferie può trovare nel Mezzogiorno d’Italia, un focolaio di esplosione. Milioni di ragazze e ragazzi che abbiamo costretto al diploma ed alla laurea per allungare il modello di parcheggio ed assistenza delle famiglie chiedono alle istituzioni che fare. Questa è una della prime generazioni dove non è detto che i figli staranno meglio dei padri. Noi ci troviamo di fronte a generazioni senza futuro, senza diritti. Se il centrosinistra non si pone questo problema, l’emergenza più grande, che è anche la nostra risorsa più grande diventerà un problema. I nostri ragazzi, purtroppo, sono costretti a prendere il treno per andare in altri posti, se questo potrà far dire a qualcuno di noi “io ho fatto la mia parte”, potremmo essere individuati come l’oggetto di una vendetta di questa generazione, che se va via, non torna più e resterà con l’odio dentro verso la classe dirigente.

Il personaggio

Angelo Giusto è nato a Fontanarosa il 29 marzo del 1953. Dirigente del Partito Comunista prima e dei Democratici di Sinistra poi, nel 1978 è stato eletto consigliere comunale a Luogosano. Negli anni ’90 è stato presidente dello IACP e dal 2000 al 2005, consigliere comunale di Fontanarosa. Consigliere regionale da tre legislature, dal 98 al 2000 è stato assessore all’urbanistica e da cinque anni ricopre l’incarico di presidente della commissione regionale alla sanità. E’ autore di diversi libri, tra cui un’antologia di racconti sul terremoto, e di un libro scritto con Luigi Anzalone. L’ultimo lavoro si intitola “Tracce di un impegno” e racconta la sua opera da politico ed amministratore per lo sviluppo dell’Irpinia.