di Boris Ambrosone
Il segretario provinciale della Uil sprona imprenditori e politici per il rilancio della provincia di Avellino. “Basta con l’industria assistita, occorre rischiare di più – afferma Festa - ed ai politici dico che hanno sbagliato a non creare ricambio nella classe dirigente puntando sui giovani”Antonio Festa, cosa vuol dire fare sindacato oggi in provincia di Avellino?
Il centro dell’azione sindacale oggi ed in questa provincia rimane il lavoro. Ed in questo ambito rimane preponderante l’attenzione per la creazione di nuovi posti di lavoro.
Che difficoltà si incontrano nella provincia di Avellino nel fare sindacato?
L’Irpinia è una terra dalle grandi contraddizioni. Aspetti positivi si contrappongono ad elementi negativi.
Partiamo da quelli positivi?
La nostra provincia gode di una posizione geografica strategica, sono presenti i gruppi industriali, anche quelli importanti. Esiste una buona dotazione infrastrutturale. Vigono tutti gli strumenti della contrattazione negoziata e nonostante qualche allarme è un territorio ancora non invaso da grossi fenomeni criminali.
Di contro?
La disoccupazione è altissima, Raggiunge le 80mila unità. La maggior parte dei pensionati vive con il minimo dell’assistenza previdenziale e ci sono troppi cassintegrati. Viviamo da tempo numerose crisi che hanno colpito settori cruciali, come la concia, il tessile, l’agroalimentare e ad aggravare la situazione, la circostanza che vuole i nostri disoccupati altamente secolarizzati, ma questo è forse un vantaggio.
In che senso?
Perché /span> richiama in Irpinia i grandi gruppi industriali pronti a fare investimenti perché sanno di trovare manodopera specializzata, anche se a volte l’alta scolarizzazione è un problema.
Perché
Perché l’approccio al lavoro, da un punto di vista mentale diventa difficile. L’incapacità, dettata da una alta o altissima preparazione, a lavorare in fabbrica.
Come si eliminano questa contraddizioni in Irpinia?
Proseguendo lungo gli indirizzi già tracciati, lungo la linea guida del tavolo delle responsabilità costituito dagli imprenditori e voluto dai sindacati che ne fanno parte. Questo tavolo deve sottoporre a tutto l’arco costituzionale, a tutte le forze politiche le problematiche, invitando la politica ad una intesa per aggredire i problemi ed uscire dalla crisi, dalle crisi.
Sembra però che lei, da sindacalista, non trovi alcun difetto negli imprenditori irpini. E’ così?
C’è un problema, un peccato originale nell’imprenditoria locale, la cultura a voler aspettare sempre gli incentivi. Sempre più rara è la scommessa, il rischio d’impresa, anche se dobbiamo considerare l’attenuante di una situazione particolarmente difficile nel Mezzogiorno. Purtroppo abbiamo perso il treno dei crediti d’impresa, non per nostra negligenza, ma solo perché gli imprenditori pronti a sfruttarli, a investire, i capitali e gli strumenti erano altrove.
Lei ha parlato di crisi della concia, il polo di Solofra può rinascere?
Lo stato dell’arte è preoccupante. Nel polo conciario, per non mettersi insieme, ritardando nel fare il famosissimo marchio, si è finito per rimetterci tutti. E’ mancato il momento di cooperazione e gli effetti sono stati nefasti. Ricordo in occasione del terremoto dell’80 le parole del prefetto Caruso: “Dimenticatevi la ricostruzione fatta da voi”. La ricostruzione fu fatta basandosi sulla cooperazione, nel polo solforano questa regola è stata disattesa. Resta solo la possibilità di aggredire, nel senso di sfruttare al massimo le risorse rimaste per concorrere alla pari, ma su altri livelli, con i mercati più concorrenziali.
A proposito di terremoto, ritiene sia stata superata la fase della ricostruzione in provincia di Avellino?
Il terremoto ha portato con se un cultura ed un modo di vivere diverso. Ci ha trasformato e questo ce lo porteremo sempre come patrimonio culturale. Dopo il sisma dicemmo che occorrevano casa e lavoro. Le case furono fatte, il lavoro arrivò troppo tempo dopo, quando la gente era andata già via. Troppe aziende fallirono, anche a causa di lungaggini che di fatto fecero invecchiare l’idea prima ancora di metterla in atto e quando le aziende arrivarono in Irpinia con il loro progetto produttivo questo era vecchio rispetto al mercato.
In ogni caso l’Irpinia rimane con una vocazione prettamente industriale?
Lo hanno voluto i sindacati, che misero al centro dell’economia irpina l’industria. Non escludo da questo discorso nemmeno la partita dell’agroalimentare. L’industria in Irpinia serve anche a non farla diventare una zona dormitorio del napoletano. Per questo è necessario un piano di coordinamento con la Regione che definisca e rilanci l’Irpinia come provincia a vocazione industriale.
Un giudizio sull’amministrazione comunale di Avellino?
Siamo in attesa. Non saprei. Guardando il programma del sindaco Galasso non vedo ancora nessuna opera realizzata se non quelle ereditate.
E sull’amministrazione provinciale di Avellino?
Abbiamo trovato subito una fase di collaborazione, di coesione. E’ necessario però, trovare le condizioni per lasciare da parte i conflitti tra i partiti. Del resto la Provincia è destinataria di un ruolo di impegno per il trasferimento di importanti deleghe, dal lavoro ai trasporti, per fare qualche esempio.
Cosa pensa della classe politica irpina?
Mi preoccupa l’assenza dei giovani. La responsabilità di questo è tutta di chi ora è classe dirigente e punto di riferimento politico. Hanno creato i presupposti affinché non ci fosse ricambio. Anche sindaci bravi e giovani di Avellino sono stati fermati, mi riferisco a Venezia, Matarazzo. Oggi, i politici ai quali va riconosciuto un grosso spessore, in ogni caso, risultano appagati e capaci di bloccare il dibattito politico.
Cosa la preoccupa di più per il futuro dell’Irpinia?
L’impoverimento demografico dei nostri comuni, dei paesi, delle nostre comunità. C’è un impoverimento del tessuto produttivo. E nei confronti degli immigrati dobbiamo sviluppare una logica di integrazione più efficace. Per arrestare le condizioni di degrado occorre ritrovare l’unità di intenti. E’ una condizione per poter sperare e per poter intercettare tutti gli strumenti che passeranno per l’Irpinia e per il Mezzogiorno.
Antonio Festa, classe ’41 è sposato con due figlie. Da 30 anni è segretario provinciale della Uil, da 40 svolge attività sindacale. Ha militato nel partito socialista italiano di cui è stato segretario della federazione provinciale.