Antonio Matarazzo

Intervista all'ex sindaco di Avellino

di Boris Ambrosone

Che ricordo ha della sua esperienza di sindaco di Avellino?

Partiamo dal 1980, allora avevo già maturato l’esperienza di presidente del trasporto pubblico della Provincia di Avellino. Prima ero nel partito (ndr. la Democrazia Cristiana) come dirigente, poi approdai alla commissione amministratrice del trasporto pubblico compresa la vecchia filovia, dunque sia i mezzi urbani che extra urbani. Agli inizi del 1981 quando il sindaco Pionati ebbe i primi problemi di salute, si pose, per il gruppo di maggioranza della DC che contava 18 consiglieri, il problema di sostituire Giovanni Pionati, ed il gruppo, all’epoca capeggiato da Nicola Mancino, mi indicò per la carica di sindaco.

 Dunque, una nomina a sorpresa per Antonio Matarazzo?

Non era per niente preventivato che io dovessi fare il sindaco di Avellino. Iniziai l’esperienza con molto spirito goliardico. Tra l’altro eravamo reduci dal terremoto e dovetti affrontare problemi di non poca importanza: i senza tetto, l’occupazione delle scuole, la regolarizzazione dell’attività scolastica e dare un tetto a tutti terremotati: Nel frattempo furono commissionati i prefabbricati leggeri alla ditta Caso ed iniziavano ad essere installati a campo Genova, campo Amalfi ed in via Morelli e Silvati. Poi cominciammo a dare le prime sistemazioni, dando priorità allo sgombero delle scuole, nel frattempo ci furono iniziative da parte di altri paesi, con la realizzazione del conservatorio, di asili infantili. C’era una molteplice attività amministrativa, non c’era tempo per distrazioni. Tutta la giunta, i capigruppo erano impegnati a lavorare da mattina a sera perché i problemi della città non erano pochi.

 Fu un banco di prova corposo per lei?

Un banco di prova importante, eravamo impegnati su tutti i fronti: immaginare la sistemazione dei senza tetto, sistemare scuole, realizzare la definitiva installazione dei prefabbricati, immaginare la ricostruzione ed i problemi connessi alla vita caotica e drammatica conseguente al terremoto. Fu un’esperienza notevolissima, vissuta con la solidarietà dei partiti di maggioranza e l’attenta sollecitazione di quelli di opposizione.

Cosa si rimprovera di aver fatto male in quel periodo per Avellino?

Non saprei, non penso di aver fatto cose sbagliate, le cose in cantiere furono sufficientemente meditate e frutto di decisioni collegiali, non solo della giunta ma anche dei capigruppo di maggioranza o di tutti i partiti. Non erano decisioni del sindaco, ma erano conseguenza di decisioni collegiali. Il sindaco dell’epoca era espressione del consiglio comunale e quindi non aveva poteri particolari, le  riunioni dei capigruppo erano settimanali e le decisioni erano comuni e poi, se mai, tutti gli atti conseguenti erano del sindaco.

E di non aver fatto ?

Non ricordo di essere stato disattento ai molteplici problemi della città. Contrattammo con la Sidigas la questione del metanodotto, definimmo le questioni con la ditta Cecchini, che vantava crediti decennali nei confronti del comune, realizzammo il piano per gli alloggi, ponemmo le condizioni per la realizzazione dei prefabbricati pesanti attraverso l’esproprio e l’occupazione dei terreni, realizzammo l’ufficio di piano. Non furono poche le iniziative dell’epoca. E poi feci il sindaco per soli due anni.

Recentemente gli ex sindaci di Avellino si sono incontrati dopo circa 20 anni in una riunione pubblica, lei ha partecipato, che giudizio ha dell’iniziativa?

E’ stata una buona iniziativa da parte dell’attuale sindaco Giuseppe Galasso, che ha voluto ripercorre insieme al giornalista Salvatore Biazzo, il periodo dal 1970 ad oggi, attraverso la vita amministrativa della città, tutte le tappe dello sviluppo della città di Avellino.

In una intervista rilasciata ad Agendaonline, il direttore del Corriere dell’Irpinia, Gianni Festa, ha definito l’incontro dei sindaci un' iniziativa retorica e senza utilità, tra ex democristiani che nel privato si schifano e tutti figli e vittime dello stesso sistema politico della Dc. Concorda?

Che io sia democristiano o ex democristiano non lo rinnego, che gli altri siano ex democristiani è un dato innegabile. Io non nutro questo sentimento nei confronti dei colleghi e dell’attuale sindaco. È stata forse una riunione all’impronta dell’amarcord, forse qualche punta di mancanza di lealtà c’è stata in tutti noi. Probabilmente quando si è detto che nessuno di noi vorrebbe rifare il sindaco mi è sembrato un poco irriverente, io la rivivrei questa esperienza con tanto piacere, perché immaginare che figli e nipoti debbano vivere in questa città, mi spinge a dare un contributo serio alle condizioni di vivibilità di questa città, perché non mi sembra che Avellino sia una città esaltante per molti punti di vista. Iniziativa retorica? E perché no.

Se siamo stati tutti dopo la nostra esperienza messi da parte? E’ anche un fatto vero, ma questo dovrebbe far riflettere anche Gianni Festa e dovrebbe far riflettere anche le nuove generazioni che fanno politica.

La colpa è stata vostra, cioè degli ex sindaci e di chi prima faceva politica?

Noi non abbiamo saputo fare la politica, abbiamo immaginato che alla politica si approdasse con il sentimento dell’amicizia, coloro che invece hanno saputo fare la politica hanno ipotizzato un percorso che evidentemente non lasciava spazio e non consentiva la crescita della nuova classe dirigente. Ma questo l’amico Gianni Festa dovrebbe saperlo meglio di me. Conosce benissimo la realtà della provincia. Tutta la mia generazione che ha fatto politica, quando è venuta con la testa fuori, è stata messa da parte, non ricordo nessuno della mia generazione, tranne il cooptato Ortenzio Zecchino, che sia riuscito a calcare il parlamento nazionale, c’è rimasto Mario Sena che è capogruppo alla Regione; Enzo De Luca è già più giovane.

 Dunque è stato un vostro errore a tenervi ai margini?

L’errore che abbiamo fatto noi è che abbiamo immaginato che la politica fosse fatta di individualità, altri l’hanno immaginata in maniera solidale, tant’è che la vecchia classe dirigente è rimasta monolitica e nessuno di noi è riuscito ad immaginare di dover fare gruppo, squadra, per potersi riproporre. Angelo Romano, Enzo Venezia, Massimo Preziosi, sono state individualità ed hanno affermato alla riunione degli ex sindaci che non avevano più desiderio di fare nuovamente il sindaco, io avendolo fatto solo per due anni, non mi sono nemmeno stancato. Ho l’impressione che noi abbiamo rappresentato un modo di fare politica individuale e mai pensato ad un collegamento generazionale.

 In Irpinia si respira ancora il clima di contrapposizione tra ex democristiani ed ex comunisti?

La realtà della provincia di Avellino era rappresentata da queste due forze politiche. In Irpinia ci si divideva tra democristiani, comunisti e fascisti. I partiti intermedi, fatto salvo i socialisti, erano inesistenti. Avevano percentuali minime con poco radicamento. Le forze radicate erano la Dc e il Pci e la destra rappresentata dal Msi.

 Lei è rimasto ex democristiano, con che rammarico?

Ciriaco De Mita, negli anni della nostra militanza, riesce a diventare segretario nazionale della Dc, poi presidente del consiglio ed acquisisce un forte potere. Noi ci confrontavamo con un De Mita potentissimo nel paese. Molte volte il confronto era quasi di eccessivo rispetto, di eccessiva stima, rispetto alle sue capacità ed al suo potere. Noi siamo la generazione che si confrontava con il demitismo, quando  De Mita era il monarca d’Italia. Le generazioni venute dopo hanno avuto un più facile confronto anche con lui e potevano contribuire e confrontarsi., per noi il confronto era difficile.

 Lei ha poi deciso di fare l’imprenditore e fondare la Cosmopol, la prima agenzia di vigilanza privata in Irpinia, perché

Dopo l’esperienza politica, quando mi sono reso conto che ero sempre “dirottato” al partito, ma senza che la politica mi esaltasse, a 50 anni ho deciso di fare qualcosa di più edificante. Investire del tempo senza potermi realizzare nella vita che più mi apparteneva mi stava stretto e mi sono dato una misura: la goccia che fece traboccare il vaso fu quando dovendo diventare manager dell’Asl fui di nuovo “dirottato” al partito e feci una scelta di campo, poi si sciolse la Dc, e non ritenni opportuno aderire ai vari movimenti e così abbandonai la politica per dedicarmi all’attività imprenditoriale.

 Quale funzione è più facile, il politico o l’imprenditore?

E’ più facile fare l’imprenditore. Impresa significa dover decidere in tempi brevissimi e con i più stretti collaboratori. Amministrare in politica significa confrontarsi con le idee degli altri, fare venire fuori decisioni frutto, molte volte, di compromessi. Politica è la ricerca di continui compromessi, avere la pazienza di trovare soluzioni frutto di mediazioni. Nell’impresa si presentano soluzioni e si adottano decisioni, con immediatezza.

 Abbiamo parlato di Antonio Matarazzo sindaco e politico, ora dell’imprenditore, partendo dai numeri della Cosmopol, Quali sono?

Centodieci dipendenti, un fatturato di circa dieci milioni di euro, lavoriamo dal 1989. Ho rilevato la società nel 91.

Che difficoltà si trovano nell’imprenditoria?

La maggiore difficoltà è far comprendere al personale che occorre svolgere l’attività privilegiando professionalità e qualità. E’ il lato carente della nostra mentalità. Essendo questa una esperienza che ricalca la figura dei vecchi metronotte, si ipotizza che al rapporto del guardiano notturno oggi la gente ha bisogno di personale che si integra nel processo produttivo aziendale, e questo non sia solo il momento di chiusura e di apertura della saracinesca, o la gestione della sbarra per fare accedere personale e fornitori nell’azienda. Noi siamo riusciti a realizzare questo con difficoltà e impegno quotidiano ed è questo impegno che ci comporta il dover essere costantemente presenti. Con qualche assenza si creano le condizioni per l’abbassamento del livello qualitativo. La persona non è portata al continuo miglioramento se non costretta e noi siamo riusciti a realizzare questo obiettivo. Siamo state tra le prime aziende che ha puntato sulla qualità. La Cosmopol fu nel ‘97 tra le prime a qualificarsi con le primarie agenzie qualificatrici e ciò ci ha consentito di essere nella regione, ma anche nel paese, tra le agenzie più qualificate d’Italia.

 Ci racconta la sua esperienza alla dirigenza dell’azienda trasporti irpini?

Nel contesto regionale rappresentavamo una piccola goccia, in un grande vaso, dove le risorse regionali venivano assorbite tutte da Napoli. Feci sviluppare il trasporto locale, effettuai 250 assunzioni in Irpinia e riuscimmo a far comprendere alla Regione che anche se si interveniva a ripianare deficit di bilancio, noi avevamo il più basso costo di esercizio e rappresentavamo il 5% di tutta la spesa che la Regione affrontava per il trasporto pubblico. Noi amplificammo il trasporto delle vecchie società private perché facemmo comprendere che la Regione spendeva poco per il trasporto provinciale. Oggi le aziende di trasporto devono guardare necessariamente al bilancio e non possono fare operazioni che garantiscono collegamenti inutili o eccessivamente in perdita. Tra l’altro la realtà regionale e nazionale si è modificata. Il trasporto in Irpinia è ulteriormente peggiorato, anche perché si viaggia solo su gomma e la viabilità dell’Irpinia non è confacente al trasporto su gomma. Dovremmo realizzare il trasporto su ferro con Napoli, siamo l’unica provincia italiana che non ha il collegamento ferroviario con il capoluogo di regione.

 Ora che rapporto ha con la politica?

La seguo sui media, mi tengo aggiornato. Mi auguro che si realizzi il grande centro. Ma manca ancora un leader che abbia immaginato il grande centro, che non si fa con Berlusconi. Lui ha utilizzato i democristiani. Berlusconi non è un politico, ha approfittato di un fatto storico, dello scioglimento della Dc e di altre situazioni del nostro paese

 Quale ritiene sia il futuro per l’Irpinia?

Noi abbiamo sprecato la grande occasione della sfortunata vicenda del terremoto. Il dramma aveva creato solidarietà nei confronti dell’Irpinia. Le risorse giunte in Irpinia sono state immense, molte sicuramente non sono state utilizzate nel migliore dei modi. Lo sviluppo è stato carente e la disoccupazione giovanile è un dramma che oggi colpisce i trentenni. Molti devono sopportare il disagio di trasferirsi in altre zone d’Italia per trovare occupazione. Il futuro non credo sia molto roseo, almeno che non ci sia una incisiva, attenta operazione di un governo illuminato che possa dirottare i capitali al Sud al fine di creare occupazione e nello stesso tempo, per attrarre capitali. Dovremmo, però, eliminare questa mancanza di sicurezza che è un fatto caratteristico della nostra regione. Noi viviamo la mancanza di scurezza conseguente all’eccessiva vicinanza di Napoli. Se non avremo un governo regionale che sia capace di creare condizioni di sviluppo, non avremo vita facile e non verranno risolti i problemi. Non ci vogliono gli incentivi tradizionali come la Cassa del Mezzogiorno, ci vogliono contributi alle aziende che presentano progetti che possono essere realizzati e creano effettiva occupazione, non a quelle aziende ormai decotte o che vogliono trasferire in Irpinia macchinari e conoscenze obsolete. Il sottosviluppo del mezzogiorno è un fatto determinato dalla classe politica nazionale e da imprenditori spregiudicati che sono venuti a speculare al Sud.


Il personaggio

Antonio Matarazzo è nato ad Avellino nel 1941. Laureato in economia, sposato con due figli. E’ stato sindaco di Avellino dal 1981 al 1983. Dall’89 dirige la Cosmopol, istituto per la vigilanza privata. Dal 1978 all’84 è stato presidente dell’azienda pubblica del trasporto e per numerosi anni dirigente della Democrazia Cristiana Irpina. Già da giovane ha militato in associazioni e movimenti vicini alla Dc. Tifa per l’Avellino e per il Napoli, perché ritiene che sarebbe opportuno essere solidali con quanti ci sono vicini. Anche nella spesa predilige acquistare e consumare prodotti locali.