Enzo Venezia

Intervista all'ex sindaco di Avellino

di Boris Ambrosone

Si è allontanato dalla politica attiva dopo la sconfitta di Libera Città alle elezioni amministrative di Avellino del 2004, ma non ha mai smesso di seguirne le vicende da lontano. Enzo Venezia, ex sindaco, dispensa accuse alla classe dirigente e consigli a chi, insieme a lui, ha teorizzato il movimento civico che faceva capo all’ex sindaco Antonio Di Nunno.

Il suo giudizio sull’attuale sindaco di Avellino, Giuseppe Galasso

Esiste una regola antica che intendo rispettare. Un sindaco non parla mai n?dei successori n?dei predecessori.

Però un parere sull’amministrazione di Avellino, in genere può esprimerlo?

Vedo, non per colpa di Galasso, ma per una serie di difficoltà, una città un po’ triste, per alcuni aspetti in declino. Spero che Galasso si muova per dare nuova identità ad Avellino. Ha ancora 4 anni di tempo a disposizione per farlo.

E sull’amministrazione provinciale di Avellino?

Mi aspettavo più efficienza ed operatività. La vedo quasi assente dal dibattito politico. Vi è la necessità di una registrata ed un rinvigorimento dell’impegno amministrativo.

Dopo la partecipazione al movimento di Libera Città, lei si è allontanato dalla politica irpina, perché

Dopo l’esperienza amministrativa e dopo quella sonora sconfitta (elezioni amministrative del 2004 ndr), chi teorizzò in via principale quella esperienza è giusto che si faccia da parte. Solo chi vince ha diritto di governare e di legarsi al futuro e per alcuni aspetti all’eternità.

Ritiene che la classe politica irpina al governo sia eterna?

La classe dirigente irpina ha creato un sistema di potere molto radicato sul territorio. A questo va aggiunto anche un sentimento di solidarietà umana che la gente irpina nutre nei confronti di questa classe dirigente. L’uno e l’altra la rendono immutabile e vincente.

Lei ora è critico, ma è stato parte integrante di questa classe dirigente?

Sono stato organico e parte integrante di questo gruppo dirigente. Non rinnego n?la storia n?il mio passato. Sono stato, sono e resterò democristiano. Dopo la fine della Dc, il mio è stato solo un simpatico vagabondaggio, nulla di più.

Non ha più stima della classe politica irpina?

Riconosco al gruppo dirigente irpino grandi qualità che ne hanno fatto riferimento regionale, e nazionale. Ma quella storia si è consumata definitivamente alla fine degli anni ’80. Oggi è solo occupazione del potere e dominio del territorio. Non c’è più nulla di Politico, con la p maiuscola.

Come ricorda la sua esperienza da sindaco di Avellino?

Con struggente malinconia. Lavorai tanto per questa città e per questa gente. Gran parte di quello che si vede fu voluto e pensato dalla mia amministrazione. Lo rivendico con orgoglio ma debbo confessare che sono molto più legato alla mia affascinante esperienza di delegato giovanile e segretario provinciale della Dc. Il sindaco, mi fu chiesto di farlo a gran voce. Subii la decisone solo per amore della Dc.

Chi la “obbligò” a fare il sindaco di Avellino?

Ricevetti una telefonata da Ciriaco De Mita alle 11 di un lunedì, perché la sera bisognava eleggere il nuovo sindaco di Avellino e fu scelta una persona inesperta, giovane e senza passato amministrativo. (Il nome di Enzo Venezia, inoltre, non era uno di quelli sui quali la Procura aveva puntato la sua lente di ingrandimento in quegli anni ndr).

Quali opere oggi esistenti ad Avellino vanno ascritte alla sua amministrazione?

Il completamento dello stadio Partenio, il palazzetto dello sport, il teatro Gesualdo, l’autostazione e la Bonatti. Tutti gli strumenti urbanistici, non ultimo il Prg.

Alcune di queste opere, però, sembrano portare la paternità di altre amministrazioni, non crede?

La paternità di un’opera appartiene a chi l’ha pensata, a chi l’ha realizzata ed anche chi l’ha inaugurata. Nell’attività amministrativa c’è una continuità che va rispettata.

Abbiamo aspettato un po’ troppo ad Avellino, per alcune delle opere elencate, non crede?

Le lungaggini non sono da addebitare a cattiva volontà. Sono soprattutto causate da una legislazione fatta di troppi lacci e lacciuoli.

Lei ha gestito una buona parte della ricostruzione post sisma 1980, ritiene che ci siamo messi alle spalle il terremoto dell’80?

Il terremoto non è ancora finito. C’è ancora una cosa che va risolta, sostituendosi con coraggio ai privati, altrimenti non finirà mai, così come non è finito quello di Ariano avvenuto nel ’62.

I consigli comunali della sua esperienza da sindaco erano più seguiti, ora c’è sempre meno gente, meno cittadini avellinesi interessati, perché

Credo sia accaduta una cosa importante. Il gruppo dirigente, pur di rivedersi più volte in Parlamento ha pensato più alla quantità che alla qualità e questo ha creato insufficienza della capacità pensante degli enti locali.

Eppure, anche tra i sindaci, Avellino ha espresso buone personalità politiche che non hanno mai fatto carriera, perché

I sindaci di Avellino hanno avuto sempre una grande maledizione, quella di essere impallinati sulla collina di Monteforte, affinché nessuno potesse traguardare Napoli o Roma. Queste due città, appartengono per destinazione divina ad altri. Mai a qualcuno che è stato sindaco di un comune.

Fare il sindaco di Avellino è, dunque, una sorta di confino politico?

Essere sindaco di Avellino vuol dire avere un incarico di grande prestigio ma non poter mai pensare di osare ad andare oltre i confini della cinta daziaria.

Con Libera Città avete però tentato la scalata?

Con quella esperienza certamente volevamo conquistare la guida della città di Avellino, ma volevamo soprattutto dare una botta al vecchio gruppo dirigente e valorizzare un gruppo dirigente giovane. Non ci siamo riusciti. Perché la posta era tropo alta. Forse la gente non ci ha capiti. Il messaggio potrebbe essere stato non chiaro, perciò, poi, ho deciso di stare a casa.

Però, alcuni giovani hanno pagato a caro prezzo quell’esperienza. Lei ha fatto la sua esperienza, altri, invece, sono rimasti in una sorta i limbo…

Conoscendo la formazione politica di alcuni esponenti di Libera Città, mi permetto di consigliare loro di ritornare al più presto nella Margherita. Fare una battaglia politica di cambiamento e di testimonianza del proprio impegno politico.

A chi si riferisce precisamente?

Ad Antonio Gengaro, a Nunzio Cignarella e a Lello De Stefano. Sono ideologicamente dentro l’area che è propria della Margherita e stare fuori li allontana sempre più dalla politica per confinarli in una posizione debole e a tratti risibile. Meglio avere coraggio e non far soffrire la propria testa.

Intanto l’ex sindaco Antonio Di Nunno si è del tutto estraniato dalla vita politica e amministrativa della città, perché

Non lo so. Sarebbe opportuno chiederlo a lui. Con Di Nunno mi vedo spesso ma non parliamo più di politica quindi non posso conoscere le vere ragioni che lo tengono lontano dalla vita politica.

Che futuro prevede per Avellino?

Il futuro dipende dal sindaco Galasso e dalla sua capacità di essere il sindaco di tutti e di pensare con la sua testa, perché questa città deve essere di tutti se si vuole continuare a sognare e sperare. Mi auguro che abbia la forza di farlo. Glielo auguro di cuore perché Avellino è anche la mia città.

Il personaggio

Enzo Venezia, è nato il 23 novembre del 1945. E’ sposato ed ha due figli. E’ stato primo cittadino di Avellino dal 16 gennaio dell’84 al 25 aprile dell’89. Prima di diventare sindaco è stato delegato giovanile della Democrazia Cristiana e dopo segretario provinciale del partito scudocrociato. Ha ricoperto anche gli incarichi di vicepresidente della Provincia, presidente dell’azienda regionale trasporti e dell’Ati.