22 febbraio 2012

Gianni Festa

Intervista al direttore del Corriere di Avellino

di Boris Ambrosone

Un’analisi a tutto campo lucida ed appassionata sulle prospettive, sui mali e sulle emergenze dell’Irpinia. Dalla politica, allo sviluppo alle vicende post-terremoto, il direttore de Il Corriere dell’Irpinia confida ad Agendaonline il suo pensiero e fornisce un monito: “La classe dirigente imperante consegni il testimone ai giovani”.

Direttore Gianni Festa, quale ritiene sia l’emergenza da affrontare con maggiore urgenza in Irpinia?

Certamente l’emigrazione, la nuova emigrazione. Un emergenza vera, non legata più al terremoto, perché quella del terremoto finì negli anni 90, come impatto di paura e di lacrime. La nuova emigrazione è un fatto degli ultimi sette anni che non viene controllata, n?discussa, n?affrontata nella sua dimensione. Addirittura sento dire da qualche politico autorevole che è un fatto positivo, perché così, i giovani si sprovincializzano. Ma poiché il modello della società è cambiato, negli anni ‘50 il nostro emigrato era operaio manovale e ci poteva stare bene in quella condizione, oggi l’emigrato è l’intellettuale, quello capace di elaborare progetti, capace di creare idee in rete, e queste idee in rete le vanno a fare a Milano, a Reggio Emilia, a Bologna.

Di chi è la responsabilità della nuova emigrazione irpina?

La politica non è stata capace di rispondere a questa emergenza, non l’affronta, la elimina, la elude, e immagino che faccia questo perché il problema è troppo grosso. Se solo si volesse, basterebbe cambiare l’approccio rispetto al problema. Di solito si va via perché c’è povertà endemica, in Irpinia non è così. Ci sono decine di Pip, di Pir, di piani di insediamento industriali,  piani per il turismo, gli strumenti ci sono e certamente hanno il vantaggio di essere sostenuti dalle risorse a europee. Il problema è che ciascuno gestisce per proprio conto uno strumento di sviluppo e non c’è una concertazione tra i vari strumenti, perché se ci fosse, il problema dell’emigrazione sarebbe decisamente ridotto.

Lei ha fatto riferimento al terremoto dell’80. Ritiene che sia finito nei suoi effetti?

Io ritengo che bisogna comunque voltare pagina perché di fronte ad una grandissima sciagura era difficile immaginare che l’Irpinia potesse risorgere ed invece la risposta è stata positiva dal punto di vista della ricostruzione delle abitazioni. I dati che vengono offerti, con il 95% circa della ricostruzione abitativa completata, è un traguardo che laddove si sono registrati altri terremoti, per esempio nel Belice, in Friuli, il risultato non è stato uguale. Questo si deve alla tenacia, al radicamento delle popolazioni, alla loro civiltà contadina, cioè legata al proprio territorio, infatti, andarono via, ma tornarono subito, ed al ruolo che ha svolto in quella fase la classe dirigente politica sollecitata fortemente da due valori che fino ad allora non erano mai emersi: la solidarietà ed il volontariato.

Solidarietà e volontariato che in Irpinia, nell’80, trovarono il massimo punto di espressione?

Oggi Bertolaso, il capo della Protezione Civile, dice che è nata in Irpinia la protezione civile, ma Zamberletti lo aveva detto subito dopo il terremoto, quando si vide organizzatore, noi lo chiamavamo in quei giorni “Generale terremoto”, di un popolo che con i propri dialetti, dava una mano a questa terra. Il resto poi lo hanno costruito le autonomie locali, questo è un altro importante dato che emergeva nell’immediato dopo terremoto, cioè l’autonomia data ai sindaci per poter ricostruire e mi pare che da questo punto di vista l’obiettivo sia stato raggiunto.

Ma lo sviluppo dell’Irpinia attende ancora di essere completato, non crede?

E’ vero, ci sono ombre sullo sviluppo, ma qui l’analisi coincide con due elementi. Chi ha portato le industrie in Irpinia? Industrie, che in qualche modo, hanno ripetuto l’antico canovaccio del Mezzogiorno assistito dallo Stato, che eroga contributi alle imprese, le imprese che arrivano come sciacalli nel Sud, con impianti e attrezzature obsolete, fanno passare il tempi necessario per giustificare i contributi statali e poi vanno via. Ciò ha generato nuova emigrazione dopo quella del Dopoguerra e del primo Novecento, che è consistente ed è forte. Abbiamo le case ricostruite, ma non abbiamo chi le abita, i giovani vanno fuori, i laureati disoccupati, i diplomati scappano senza prospettiva. Se la nostra tenacia ha consentito la ricostruzione, la politica ha fallito. Non è stata in grado di dare una risposta sul piano del mantenimento, del radicamento necessario per creare un futuro. Ancora oggi mentre ne parliamo, l’emigrazione devasta l’intero territorio dell’alta Irpinia.

Si è rotto quel connubio che per anni ha legato l’imprenditoria irpina e la politica locale?

Non credo. Gli industriali, ancora oggi, non si fanno sentire, perché non hanno una propria autonomia. L’Irpinia ha una antica e maledetta storia dell’imprenditoria. Non abbiamo avuto mai in loco, un’imprenditoria non assistita. Le stesse imprese che oggi fanno la voce grossa sono nate da logiche di assistenza, l’imprenditoria, proprio perché non autonoma, ha goduto del beneficio dei risultati che derivavano dall’essere appartenente alla politica. Chi, come me ha vissuto in questa provincia, sa bene che varie aziende erano collegate e suddite della politica. C’è stato un periodo in cui i socialisti avevano quella che Bettino Craxi definiva l’onda lunga e che in provincia di Avellino, Salerno e Benevento si è sviluppata con Carmelo Conte. Fu strano vedere lo spostamento dalla Democrazia Cristiana ai socialisti. Avvenne in modo repentino, senza pensarci su, perché l’industria capiva che l’assistenza garantita fino a quel momento dal partito prevalente, cominciava a scemare e fece il salto della quaglia.

Ci saranno pure imprenditori della Provincia di Avellino degni di tale nome?

Gli imprenditori veri li troviamo nell’emigrazione eccellente, quello che, per esempio, ha messo su la grande la casa di specchi, vetri e lampadari che lavora per la Casa Bianca, i grandi cuochi che hanno fatto impresa all’estero: c’è un popolo di emigrati eccellenti che sono veri i imprenditori che hanno rischiato senza badare all’assistenza.

Che giudizio ha dell’amministrazione comunale di Avellino?

Mediocre. Dovuto alla mancanza di autonomia. Le nuove leggi imporrebbero ad un sindaco di assumersi la responsabilità decisionale di fare delle cose, ad Avellino non si fa niente se qualcuno non vuole che si faccia. Poi, quel qualcuno ognuno se lo trova.

E il giudizio sull’amministrazione provinciale di Avellino?

Un giudizio con riserva nel senso che ci sono alcune importanti nel segno dello sviluppo provinciale, penso a ciò che si sta facendo per l’istituto agrario di Avellino, alla politica dei trasporti, con il collegamento con Fisciano, penso anche al recupero di memoria in termini produttivi, la vicenda di Tufo. E però, anche qui, tutto deve essere patrizio, cioè, mi pare di cogliere l’aspetto che la concertazione è in senso inverso, occorre avere il consenso per fare qualcosa che può essere fatta autonomamente.

Perché secondo lei?

Perché i partiti sono vecchi, perché interpretano la vecchia esigenza del trasformismo, del clientelismo, tutti i mali del Mezzogiorno. Invece c’è classe dirigente giovane che viene tenuta ai margini, che potrebbe con le stesse idee far volare in alto la provincia di Avellino. La mia sfida sarebbe sui giovani, solo che i giovani li ammazzano appena nascono.

A novembre del 2005, ad Avellino è stata organizzata una rimpatriata di vecchi sindaci per discutere del passato, del presente e del futuro del comune capoluogo. Come giudica l’iniziativa?

La storia non si scrive con un incontro, la storia è scritta dai fatti e guardando i fatti ognuno di loro ha una storia che collude con la storia della città di Avellino. Antonio Aurigemma, fiore all’occhiello di Fiorentino Sullo che si scontra con Ciriaco De Mita sulla vicenda urbanistica. La notte del “10 agosto di Aurigemma”,  fu la notte del tormento quando fu necessario sanare tutti gli scempi che ci furono. C’ è una storia che condanna Massimo Preziosi che finisce per strapparsi con il partito che lo aveva proposto. Lo aveva imposto Nicola Mancino e questi se lo trovò poi come concorrente in campagna elettorale. Enzo Venezia, che entrava immediatamente a fare il sindaco in nella vicenda dolorosa del terremoto, viene fatto fuori brutalmente dal partito che lo aveva portato. Sono tutti figli di una stessa madre che ha finito di considerarli gioielli e li ha uccisi. Mi chiedo che senso ha mettere insieme esperienze così diverse nel segno dell’ipocrisia che caratterizza tutti, perché in privato loro si schifano, io ne sono testimone, ed in pubblico fanno passerella. E qual è il contributo positivo che l’avellinese ne coglie? Nessuno.

E’ dunque vera la maledizione (ndr citata dall’ex sindaco di Avellino Enzo Venezia ) che accomuna i sindaci di Avellino, impossibilitati a guadare la montagna di Monteforte per ambire ad altri e più alti incarichi?

Si, è vera perché non sono autonomi. Figli di un tempo alcuni e comunque legati tutti ad un sistema. Il sistema era quello, e forse ne faccio parte pure io nel mio settore, fatto da una classe dirigente granitica in tempi in cui la politica c’era. Oggi invece non essendoci, il sindaco non è altro che il re travicello di una espressione politica altra derivante da una “cupola trasversale”.

Classe politica irpina che ormai ha una certa età e comunque non ha creato ricambio, non crede?

La classe dirigente irpina ha avuto diverse fasi. Inizialmente si pose di fronte ai problemi con una scientificità di studio: Aurigemma nel ‘50 studiava cosa sarebbe diventata la città di Avellino, Telaro si interessava delle acque e fu presidente dell’ente irrigazione, Biagio Agnes si interessava di informazione, Nicola Mancino si interessava di problemi del regionalismo, cioè c’era una scuola di formazione che faceva da substrato per l’affermazione di una classe dirigente e che oltre alla scientificità aveva il suo progetto comune che si compiva nella solidarietà.

Questa classe dirigente immaginava lo sviluppo dell’Irpinia in modo serio, tanto è vero che la prima fase non fu solo provinciale ma realizzò i progetti per rompere l’isolamento delle aree interne. Aveva una precisa identità e una visione complessa dello sviluppo Irpinia, dopo la solidarietà si è rotta.

La riforma elettorale ha portato a guardare ognuno al proprio collegio, altre motivazioni sono di tipo personale e i famosi magnifici sette sono diventati due, Nicola Mancino e Ciriaco De Mita.

Giuseppe Gargani se ne va, Gerardo Bianco contesta, Ortenzio Zecchino esce.

Si satellizza questa classe dirigente e subentra un dato biologico importante, l’età. Per cui più che la sfida al nuovo ed al cambiamento prevale la logica della conservazione: ad ottantanni ognuno pensa di mantenere caldo quello che ha fatto. Dentro questa logica biologica ad un certo punto non c’è più se spazio per la sfida, il giovane viene visto con diffidenza come quello che gli può fregare il posto, un errore perché non lascia n?traccia n?testimone. Ognuno coltiva il suo orticello con i suoi amici ed ognuno si interessa di ogni micromondo, senza più il filone comune che era di classe dirigente in solidarietà e non si mette più nulla in rete. Il clientelismo spicciolo non da un progetto complessivo di società. Quello che ha fatto il terremoto, il danno più grosso, è di aver ucciso la politico.

Come valuta lo stato dell’informazione locale in provincia di Avellino?

Complesso. Per una ragione etica ed una politica. Il presidente Ciampi dice, incontrando giornalisti italiani: “Non piegate la schiena”. Ma per far questo è necessaria un’autonomia anche di tipo economico, che più che in Irpina, nel Mezzogiorno non c’è. Non c’è un giornale meridionale. Il Mattino di Napoli era il più grande del Mezzogiorno, non a caso fu per questo che Agnelli lo fece entrare nel proprio gruppo. Oggi è di Caltagirone, che è un palazzinaro, come dice Giulio Andreotti, il quale mantiene Il Mattino in ambito ristretto più che periferico, perché il riferimento della politica è Il messaggero. Il Mattino è venuto meno alla funzione meridionalista che contava a e come nell’ambito nazionale ma oggi, se devi fare una trattativa con Il Mattino, vai da Caltagirone che la porta al Messaggero. Gioca in una logica imprenditoriale non più giornalistica e questo dal punto di vista della presenza del Mezzogiorno in cui sta l’Irpinia, non ha più voce laddove non sono mancate occasioni per Averle. Agnelli aveva l’obiettivo di fare un grande giornale del Mezzogiorno al Sud, che sul piano economico aveva risorse infinite. Il Mattino è passato dai 4 miliardi di attivo ai 7 di passivo di oggi e senza avere più autonomia. Inoltre, negli ultimi anni si è sviluppata l’informazione locale. Quali sono i soggetti dell’informazione locale? Imprenditori anche in buona fede, che hanno scoperto che mettere un’antenna su montagna significava fare informazione e la cosa gli piaceva molto perché si sentivano fieri: Poi hanno scoperto che quello condizionava l’opinione pubblica e hanno trasformato l’elemento dell’informazione in ricatto.

Come si immagina il futuro dell’Irpinia?

L’Irpinia ha bisogno di un cambiamento, che cammini sulle gambe di una nuova classe dirigente che abbia idee nuove, autonomia, capacità di sfida e sia capace di collegarsi ai grandi filoni culturali e produttivi della globalizzazione, mantenendo fermo e radicato il suo processo di crescita locale. Oggi le regole del mercato impongono il superamento dei confini dei municipi e la sfida in un campo più vasto e visto che siamo gente che ce la fa comunque, la sfida si vince se riusciamo a collocare le nostre idee, il nostro operato, in un ambito più vasto, ma cambiando classe dirigente, non perché quella che c’è stata è da buttare, ma perché non ce la fa più. I giovani devono sfidare il futuro con idee fresche, con il rischio. La classe dirigente fin qui ha svolto un ruolo positivo, ora deve consegnare il testimone ed essere maestra per chi si vuole impegnare in questa terra.